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La pittura di Romana Marzaduri si rivela nel 1999, all’uscita di una grave malattia in cui l’autrice aveva affrontato e superato il pericolo di vita.
Le prime realizzazioni pittoriche, a pastello o gessetto su cartoncino, già contrassegnano con precisione la natura traumatica della sua ispirazione e la forte valenza terapeutica delle immagini che l’autrice presenta. L’insieme dei “nudi”, nato inizialmente come una sorta di gioco in cui sono coinvolti e ritratti gli amici, manifesta ben presto un più profondo tema incentrato sulla ricerca del corpo visto nella sua cruda realtà. Queste rappresentazioni, fortemente grafiche e prive di un’ambientazione (che è ridotta al puro elemento decorativo) sono realizzate con l’utilizzo del mezzo fotografico, e poi trasposte sul supporto definitivo. Le inquadrature selezionate dall’autrice, riprese dall’alto o dal basso, insistono su alcuni dettagli anatomici e creano un senso di forte in naturalità, artifici che convergono con urgenza a comunicarci che: la vita è distorta.
La volontà di approfondire la ricerca iniziata porta Romana a confrontarsi con nuove tecniche e materiali: la scelta cade sulla faesite come supporto, e sul colore acrilico.
Protagonista di questa nuova fase è ancora una volta il corpo umano che – quasi a testimoniare un ritorno alla naturalità dell’immagine – è rappresentato in pose più “tranquillizzanti”: soggetti ripresi in un momento della loro quotidianità e riattrezzati del loro involucro sociale, ossia l’abito.
L’autrice spiega che l’abbandono del nudo corrisponde a un segnale di superamento dell’intervento e della malattia, salvo che i nuovi protagonisti, benché rivestiti, denotano una marcata inquietudine, in molti casi bloccati in un pensiero della propria intimità il cui contenuto rimane inaccessibile
. Essi appaiono poco sereni, logorati da un senso di incomunicabilità e collocati in dimensioni dove la dialettica è assente.
La nuova serie di dipinti assegna ancora un ruolo dominante alla figura umana inserita questa volta su sfondi sfuocati che riproducono ambientazioni chiuse, urbane, notturne (locali, bar, mezzi di trasporto) a segnalare che “l’uscita alla vita” dei personaggi è fittizia e di corto respiro.
L’evidente novità dei più recenti lavori su faesite poggia su una precisa scelta cromatica: l’accento cade su colori caldi e vivaci – rosso viola arancione ocra – inserendo un carattere rigoglioso e avvolgente. Il colore caldo allude ad alcuni aspetti profondi dell’animo, dei suoi rapporti coi sentimenti, la materia e la materialità.
L’oscillazione tra il mondo della sentimentalità e il richiamo al senso di isolamento, alla mostruosità della vita, è forte. Il colore funge da raccordo tra i mondi della passione e della carneficina.
Naturalmente si possono seguire molte terapie per superare un trauma. L’essenziale è comprendere che nessuna terapia al mondo può risolvere il trauma perché il suo ricordo non è un errore, un inganno della mente. Il trauma è vero al 100% , giustificato.
Nei dipinti di Romana si osservano i risultati di una ricerca che è ancora in piena fase di svolgimento, una lotta per la riconciliazione col proprio trauma. Questa ricerca, portata alle estreme conseguenze, apre prospettive verso molteplici possibili direzioni dove, accentuando la nota espressionistica già evidente nella produzione attuale, si porti verso i territori del kitsch, del grottesco o verso i toni della cinematografia noir, o abbracci una poetica splatter-sentimentale. In questo senso il panorama contemporaneo offre numerosi punti di riferimento cui tendere, dall’Outsider art americana a più controllate incursioni nel Post pop.
 

 

   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
     
     
     
     
     
       
       
       
       
     
     

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